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DISABILI E LAVORO

Set 9, 2021

Il concetto di lavoro si associa a quelli di creatività, produttività, autostima, realizzazione dei propri desideri e soddisfacimento dei propri bisogni. Inoltre il lavoro è fonte di rapporti sociali, di scambio e di confronto ed è forse il modo più evidente per combattere la discriminazione culturale e sociale.

Nonostante il fatto che molte persone DISABILI siano in grado di lavorare, un numero significativo di loro abbandona il lavoro prematuramente per diversi motivi: reale disabilità fisica, frettolosa decisione di un datore di lavoro disinformato, valutazione non realistica del proprio stato da parte della persona stessa.

Strumenti sociali e legislativi che permettano al malato di conservare il più a lungo possibile la propria attività lavorativa possono portare, oltre che ad una migliore qualità di vita del paziente, anche ad un sensibile risparmio economico, sia individuale che sociale.

  • Una legge importante, anche se ormai superata, è la legge 482/68 “Disciplina generale delle assunzioni obbligatorie presso le pubbliche Amministrazioni e le aziende private”, nota anche come “legge sul collocamento obbligatorio”, la quale obbligava gli Enti pubblici e alcune aziende private ad assumere persone con invalidità . Un grosso limite di take legge è che non si è preoccupata di garantire la qualità dell’inserimento lavorativo attraverso la valorizzazione delle competenze delle abilità residue del disabile, per il quale il lavoro diveniva spesso, anziché un’occasione di realizzazione, un momento di frustrazione e di scarsa gratificazione.
  • Altra legge importante è la Legge 381/91 sulla “Disciplina delle cooperative sociali”, che ha cercato di valorizzare ed incoraggiare la costituzione delle cooperative di tipo B (di produzione e lavoro) finalizzate a creare contesti adatti per l’inserimento lavorativo dei disabili.
  • Le Legge quadro sull’handicap, Legge 104/92, ha sancito il principio di valutare il soggetto rispetto alla concrete capacità lavorative-relazionali.
  • La Legge 68/99 “Norme per il diritto al lavoro per i disabili” prevede un collocamento mirato delle persone con handicap; per questo dei Comitati tecnici devono:
    • Valutare le reali capacità del lavoratore disabile
    • Valutare le caratteristiche dei posti disponibili
    • Individuare percorsi formativi d’inserimento

Il tasso di occupazione delle persone con disabilità ancora più basso della media europea. Le aziende non temono le multe perché i controlli sono quasi inesistenti.

L’inclusione lavorativa è uno dei temi fondamentali per le persone con disabilità. La Repubblica italiana, recita l’articolo 1 della Costituzione, è fondata sul lavoro e il lavoro non dà solo il reddito, ma anche la dignità e il sentirsi parte attiva di una comunità. Avere un’occupazione per un soggetto disabile aiuta ancora di più a migliorarne l’autonomia, favorendo progetti di vita indipendente. Ma la situazione occupazionale dei disabili in Italia è drammatica. “Basti pensare che su 100 persone di 15-64 anni che, pur avendo limitazioni nelle funzioni motorie e/o sensoriali essenziali nella vita quotidiana oppure disturbi intellettivi o del comportamento, sono comunque abili al lavoro, solo 35,8 sono occupati”.

L’organizzazione sociale ha bisogno di creare categorie dentro le quali inserire tutto ciò che può creare ansia, apprensione e quindi incertezza nei comportamenti. La “categorizzazione” è uno strumento potente che gli uomini hanno a disposizione per trasferire dallo sconosciuto al noto tutti quei mondi che per la loro alterità possono creare inquietudine. La disabilità è sicuramente uno di questi mondi. Non per caso intorno ad essa si sono create categorie all’interno delle quali si sono “costrette” le persone.

Confondere le persone con le categorie è sempre un grave errore, ma diventa un errore imperdonabile soprattutto laddove le categorie sono fortemente svalorizzate. Se pensiamo in particolare alla disabilità intellettiva, due immagini di questa categorizzazione appaiono in modo quasi automatico alla nostra mente: quella del “bambino da proteggere” e quella del “malato da curare”.

Considerare “persona” una persona disabile significa consentirgli di costruirsi un progetto di vita all’interno del quale “anticipare il desiderabile e il possibile”.

Un progetto di vita realistico all’interno del quale i limiti possono incontrarsi con le potenzialità e le capacità, (così come avviene per tutti), evitando di dover fare ricorso a massicce dosi di negazione nei confronti di una realtà percepita come troppo pericolosa o troppo dolorosa.

In questa prospettiva il ruolo lavorativo si presenta come una grande opportunità.

Attraverso il ruolo lavorativo una persona disabile può raggiungere una migliore definizione della propria identità e della propria autostima partecipando attivamente, attraverso il lavoro, alla costruzione del bene comune.

Il fatto che ci si interroghi su come mantenere e migliorare i percorsi di inserimento di lavoratori disabili ci costringe a prendere atto che la costruzione di una nuova immagine sociale della disabilità è ormai avviata.

Si tratta di una immagine ancora fragile e pericolosamente esposta a innumerevoli insidie, prima fra tutte quella di un ritorno a pratiche pietose, assistenziali e infantilizzanti. Tuttavia è solo garantendo e migliorando oggi le prassi di inserimento lavorativo di queste persone disabili che potremo continuare a chiedere anche ai bambini disabili “cosa vuoi fare da grande?”.