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LA TRANSIZIONE ENERGETICA NASCONDE ALTI COSTI AMBIENTALI

Set 28, 2023

Che significa avviare una “transizione energetica”? Queste due parole associate potrebbero sembrare di senso positivo poiché sanciscono il passaggio da una cultura ed economia basata sullo sfruttamento e impiego di combustibili fossili per passare a fonti d’energia rinnovabile ma nascondono rischi e costi ambientali non indifferenti.

Certamente materie come carbone, petrolio, gas naturale che le industrie di tutto il mondo hanno utilizzato per anni sono responsabili delle emissioni di anidride carbonica e altri gas “di serra” che si accumulano nell’atmosfera terrestre e la scaldano, ossia i primi responsabili del cambiamento climatico. Siamo tutti d’accordo che l’impiego di certe materie prime va ridotto gradualmente fino ad arrivare alla sostituzione con fonti rinnovabili pulite.

Ma siamo a conoscenza dei costi ambientali e dello sfruttamento del lavoro che si celano dietro a questa transizione? Già perché per produrre i nuovi impianti eolici, veicoli elettrici, edifici efficienti, batterie di nuova generazione, ecc. Servono terre rare, servono minerali di difficile estrazione e lavorazione come il silicio, cobalto, coltan, nickel, rame, neodimio, oltre che acciaio cemento e alluminio.

La UE ha individuato 34 materiali strategici il cui approvvigionamento è ad alto rischio. La produzione di questi minerali è geograficamente molto concentrata e non coprirà ancora per molto la domanda mondiale. L’Australia ha circa metà della produzione mondiale di litio, che sommata con il Cile fa tre quarti del totale. La Cina domina sulle terre rare, oltre a consistenti quantità di molti altri minerali. L’Indonesia fornisce il 40 per cento del nickel. La Repubblica Democratica del Congo (Rdc) produce tra il 60 e il 70 per cento del cobalto e metà del coltan.

Il litio, ad esempio, si trova nelle distese di sale disseccato in zone desertiche delle Ande, detti salar: ma per estrarlo servono grandi quantità d’acqua, oltre alle sostanze tossiche usate nella lavorazione. Nel salar di Atacama, il più grande del Cile, l’estrazione ha ormai prosciugato due terzi dell’acqua della regione, con grande danno per gli agricoltori.

Il cobalto viene estratto nella Rdc in condizioni atroci, come pure il coltan: in concessioni minerarie formali o in miniere artigianali dove uomini e ragazzi – a volte perfino bambini – lavorano come dannati per pochi spiccioli e grande rischio.

Sono necessarie nuove politiche sulle materie prime critiche; bisogna diversificare le fonti di importazione, incoraggiare l’esplorazione mineraria interna, riciclare la materia prima “seconda”, ossia quella estratta dagli oggetti scartati.