PERCHE’ NEL NOSTRO PAESE SI FANNO MENO FIGLI E COME INVERTIRE LA ROTTA

A dispetto di una popolazione mondiale che oggi supera gli otto miliardi sulla Terra, negli ultimi anni è in atto una crisi della natalità, fenomeno che attiene a molte aree del pianeta, Italia compresa. Recentemente, uno studio dell’UNFPA (il Fondo dell’ONU per la Popolazione) ha proposto una prospettiva interessante e nuova sulle cause della denatalità. Il rapporto ha condotto a delle conclusioni interessanti: ad esempio, non è solo la mancanza di desiderio che porta a non avere nascite, ma spesso si tratta di impossibilità concreta per numerose persone di realizzare i propri obiettivi a livello familiare. Motivi come l’incertezza economica, la disparità di genere, l’assenza di servizi sanitari idonei e una crescente sfiducia nel futuro sono le vere cause della crisi di natalità che – ormai da anni – attraversano molti Paesi tra cui il nostro.

Il rapporto del Fondo Onu, condotto su 14 Paesi che insieme contano un terzo della popolazione mondiale, arriva a definire la scelta della genitorialità non più solo come una libera scelta, ma addirittura come un privilegio. Un dato allarmante riguarda le tante persone che almeno una volta nella vita hanno desiderato avere un figlio, salvo poi rinunciare. Dato evidente che dimostra un abbandono obbligato più che una scelta voluta. Molte sono le cause della rinuncia alla natalità: insicurezza sul lavoro, disoccupazione, difficoltà per avere accesso ad una casa, diseguaglianze di genere, carenza di servizi per la salute riproduttiva, preoccupazioni per il futuro. A ciò si aggiungono politiche per la genitorialità che spesso non raggiungono il risultato desiderato. In alcuni Paesi vi sono addirittura violazioni dei diritti umani, come in Cina dov’è obbligatorio un solo figlio, o in Romania dov’è vietato l’aborto.

Nel nostro Paese spesso assistiamo a soluzioni normative che sono dei tamponi estemporanei, e non delle vere risposte alla problematica in senso strutturale (ad esempio, il bonus mamme). Il rapporto dell’UNFPA introduce un concetto nuovo, quello di resilienza demografica. Non si tratta di convincere le persone a procreare, ma di rimuovere gli ostacoli alla genitorialità. Si tratta quindi di ampliare i diritti e mettere a terra un concetto nuovo di società. Occorre – a livello istituzionale innanzitutto ma anche in sinergia tra enti pubblici e privati – garantire servizi di salute sessuale e riproduttiva accessibili, inclusivi della contraccezione; bisogna promuovere l’assistenza alla maternità e i trattamenti per l’infertilità; va tradotta la stabilità economica in lavoro dignitoso, e vanno anche promossi la sicurezza abitativa, l’accesso all’istruzione e ai servizi per l’infanzia; da ultimo, occorre rendere effettiva la parità di genere. Occorrono quindi politiche aziendali e comunitarie che diano supporto reale ed effettivo alle famiglie; va promossa l’inclusione e va riconosciuta la pluralità delle forme familiari, indipendentemente dall’orientamento sessuale o dallo stato civile.

Il punto nevralgico è dunque, secondo il report del Fondo Onu, quello di creare le condizioni perché chi desidera avere figli possa farlo senza rinunce o paure. Oggi in Italia l’età media del parto è piuttosto alta, perché è andata via via crescendo nel corso dei decenni; attualmente il tasso di natalità delle coppie è pari all’1,18. Ciò significa che, al netto di importanti e determinanti movimenti migratori, nel medio-lungo termine la popolazione italiana verrà dimezzata. Sarà importante per le coppie tra i 30 e i 45 anni di oggi recuperare le nascite posticipate, colmando così la differenza tra fecondità desiderata e fecondità realizzata; tale percorso non è per nulla semplice nel contesto attuale. Infatti, nell’odierna società italiana dove la politica fatta di misure estemporanee e non strutturali da un lato, ed il contesto lavorativo in cui a volte ancora oggi capita di veder considerata una nascita come un’interferenza o una seccatura per la produttività, essere genitori risulterà sempre meno attrattivo per giovani donne e uomini.

Nel nostro Paese peraltro la condizione lavorativa delle donne, ed in particolare delle madri, è ancora fortemente caratterizzata da instabilità e precarietà. Le politiche per la famiglia attuate negli ultimi anni, se pur vadano nella giusta direzione a livello teorico, rimangono dei palliativi e sono dei piccolissimi passi sul sostegno alla genitorialità. In Italia esiste ad oggi solo uno strumento, l’Assegno Unico Universale, davvero strutturale. Ma è una sola misura in un contesto che necessita investimenti, attenzioni e spazi maggiori nell’agenda politica interna. In particolare, occorrono servizi adeguati e di qualità per la crescita dei bambini e delle bambine, e politiche sistematiche di sostegno alle famiglie. Un altro punto nodale è quello di abbattere – come detto – gli stereotipi di genere, per favorire la cura della prole tra madri e padri, e costruire un modello economico e di lavoro fondato sulla parità, capace di sostenere l’occupazione femminile e le scelte di fecondità delle coppie. Molto importanti sono pure i servizi educativi per la prima infanzia, che svolgono una funzione di sostegno ai neogenitori, sia per la conciliazione vita privata – lavoro, favorendo il rientro o la ricerca del lavoro delle madri, sia per il supporto alla genitorialità nelle prime fasi di vita del neonato.

E noi come Confeuro abbiamo a cuore il futuro del nostro Paese, rappresentato dai giovani e dai bambini, e crediamo fortemente che i cittadini abbiano bisogno di maggiori tutele giuridiche, sociali ed economiche nella fase della natalità e della genitorialità. Il nostro impegno quotidiano va anche in questa direzione.

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